Mindfulness: cos'è, come funziona un protocollo MBSR

La parola è finita ovunque: sulle app, nei corsi aziendali, sulle copertine dei libri di gestione del tempo. E a forza di comparire ha smesso di significare qualcosa di preciso — oggi «mindfulness» può voler dire una meditazione guidata di tre minuti, un seminario di team building o un modo di dire «con calma».

Significa invece una cosa piuttosto precisa, e ha perfino una data di nascita: il 1979, in un ospedale universitario americano, dentro un programma pensato per pazienti con dolore cronico che la medicina non riusciva più ad aiutare.

Questa guida racconta cos'è, come è fatto il protocollo vero, cosa puoi provare stasera senza iscriverti a niente, cosa dice la ricerca — e una critica seria che di solito non compare da nessuna parte.

Cos'è

La definizione classica, di Jon Kabat-Zinn, è: prestare attenzione in un modo particolare — intenzionalmente, al momento presente, senza giudicare.

Sono tre parole che fanno tutto il lavoro. Intenzionalmente significa che non è distrarsi bene: è scegliere dove mettere l'attenzione. Al momento presente significa non ai piani e non ai ricordi, ma a quello che c'è adesso, comprese le cose spiacevoli — ed è la parte che la versione commerciale tende a saltare. Senza giudicare significa notare «sto pensando ad altro» invece di «sto sbagliando», ed è la più difficile delle tre.

Come pratica la mindfulness discende dalla vipassana buddhista, da cui è stata estratta e resa laica deliberatamente, per poter entrare in un ospedale pubblico senza chiedere a nessuno di aderire a una tradizione. Quella scelta è la ragione del suo successo, ed è anche l'origine delle critiche di cui parliamo alla fine.

Il protocollo delle otto settimane

Il programma di riferimento si chiama MBSR, Mindfulness-Based Stress Reduction, ed è nato al centro medico dell'Università del Massachusetts (il primo studio pubblicato è del 1982). Ha una forma precisa, e conoscerla serve a una cosa molto pratica: riconoscere quando ti stanno vendendo altro con lo stesso nome.

Dura otto settimane, con un incontro di gruppo settimanale di circa due ore e mezza, più una giornata intera di pratica in silenzio collocata di solito fra la sesta e la settima settimana. E chiede pratica a casa tutti i giorni, intorno ai quaranta minuti, con tracce audio guidate: è la parte che quasi tutti sottovalutano ed è dove il programma effettivamente avviene. Gli incontri servono a capire cosa fare e a confrontarsi; il lavoro è a casa.

Dentro si alternano quattro pratiche formali — la scansione del corpo, la meditazione seduta sul respiro e sulle sensazioni, il movimento consapevole con posizioni semplici derivate dallo yoga, e la camminata consapevole — e una serie di esercizi informali da portare nella giornata: mangiare un pasto in silenzio, notare un'attività di routine, registrare gli eventi piacevoli e spiacevoli della settimana.

Esiste poi l'MBCT, che adatta lo stesso impianto alla prevenzione delle ricadute depressive aggiungendo elementi di terapia cognitiva. È il protocollo con il riconoscimento clinico più solido di tutta la famiglia.

Tre esercizi da provare stasera

Sono tratti dal programma e si fanno senza corso. Vale la pena provarli in quest'ordine.

Lo spazio di respiro dei tre minuti

È il più portatile del protocollo, e si usa nei momenti in cui la giornata sta scivolando: in coda, prima di una riunione, dopo una telefonata difficile.

Siediti o resta in piedi, non importa, e chiudi gli occhi se puoi.

Il primo minuto è largo. Chiediti che cosa c'è adesso, e fai un giro: che pensieri stanno passando, che emozione c'è sotto, cosa senti nel corpo. Non devi cambiare niente e non devi risolvere niente: stai facendo un inventario, e ti bastano parole brevi — «fretta», «peso allo stomaco», «quella mail».

Il secondo minuto è stretto. Lascia cadere tutto quel materiale e porta l'attenzione sul respiro. Solo il respiro, nel punto in cui lo senti di più. Quando la mente torna alla mail, e ci tornerà, riportala qui.

Il terzo minuto si riapre. Allarga l'attenzione dal respiro a tutto il corpo, come se respirassi attraverso la pelle: la postura, il contatto con la sedia o con il pavimento, l'aria sulle mani. Poi riapri gli occhi.

La forma è una clessidra — larga, stretta, larga — e non è casuale: serve a uscire dal pensiero senza fuggirlo, e a rientrare nella giornata da un punto diverso.

La scansione del corpo

È la pratica su cui il programma insiste di più nelle prime settimane, e la più facile da fare male.

Sdraiati sulla schiena, coperto, con le braccia lungo i fianchi. Porta l'attenzione al piede sinistro — non a immaginarlo, a sentirlo: il contatto con il pavimento, la temperatura, il calzino. Resta lì per qualche respiro, poi sposta lentamente: caviglia, polpaccio, ginocchio, coscia. Poi la gamba destra, allo stesso modo. Poi il bacino, l'addome, la schiena, il petto, le mani, le braccia, le spalle, il collo, il viso, la sommità della testa.

Ci sono due cose che succedono a tutti e che vale la pena aspettarsi. La prima è che in alcune zone non sentirai niente, e «niente» è una risposta legittima: annotala e passa oltre, senza andare a caccia di sensazioni. La seconda è che ti perderai, spesso — ti accorgerai di essere alla spalla senza ricordare di aver fatto il braccio. Quando succede, torna all'ultima zona che ricordi e riparti da lì.

Nella versione lunga dura quaranta minuti. Quella breve, da venti, si fa a gruppi: tutta la gamba, tutto il tronco, tutto il braccio.

Il primo boccone

Sembra il più banale dei tre ed è quello che le persone ricordano a distanza di anni.

Al prossimo pasto, prima di cominciare davvero, prendi un solo boccone e dedicagli tutta l'attenzione. Guardalo per qualche secondo, come se non sapessi cos'è. Sentine l'odore. Portalo in bocca senza masticare subito e nota cosa succede — la salivazione, la temperatura, la consistenza. Poi mastica lentamente, contando i primi cinque colpi di mascella, e segui il sapore che cambia mentre si scioglie.

Poi deglutisci, e solo dopo prendi il secondo boccone come faresti normalmente.

La cosa che quasi tutti notano è quanto poco del cibo abbiano registrato in tutti gli altri pasti della loro vita.

Se stai costruendo un'abitudine quotidiana, queste tre si incastrano bene con le altre pratiche brevi del kit dei quindici minuti.

Cosa dice la ricerca

È la pratica di questo mondo con la letteratura più ampia, e proprio per questo distinguere conta più che altrove.

Le prove più solide riguardano la prevenzione delle ricadute depressive con MBCT in persone con episodi ricorrenti — l'area più forte, tanto da essere entrata in linee guida cliniche di alcuni paesi come intervento raccomandato. Poi la riduzione di stress percepito e sintomi d'ansia, con effetti replicati. E poi il dolore cronico, dove l'effetto documentato non riguarda tanto l'intensità del dolore quanto la relazione con esso e l'interferenza con la vita quotidiana, che è precisamente lo scopo per cui il programma è nato.

Più modesti, e non sempre replicati, sono gli effetti su attenzione, memoria di lavoro e prestazioni cognitive.

C'è poi un limite metodologico che attraversa il campo: molti studi confrontano un corso di mindfulness con il non fare nulla, invece che con un'altra attività di pari impegno e attenzione. Quando il confronto è con un programma attivo, le differenze si assottigliano. Non significa che non funzioni — significa che una parte dell'effetto è il gruppo, l'impegno e l'attenzione ricevuta, cosa che vale per molte pratiche.

E gli effetti indesiderati esistono, come per ogni pratica meditativa: ansia che aumenta, senso di distacco, riemersione di materiale doloroso. Ne parliamo nella guida alla meditazione.

La critica che di solito non si legge

Merita spazio perché non viene dai detrattori: viene da dentro.

La mindfulness è stata estratta da una tradizione in cui la pratica dell'attenzione era inseparabile da una cornice etica — come si vive, come si trattano gli altri, cosa si sceglie di fare. Nella versione laica quella cornice è stata lasciata fuori, per buone ragioni pratiche.

Il risultato, secondo questa critica — associata soprattutto al lavoro di Ronald Purser, che l'ha chiamata McMindfulness — è che la pratica può diventare uno strumento di adattamento. Un corso aziendale che insegna ai dipendenti a gestire meglio lo stress di condizioni di lavoro che nessuno intende cambiare sposta su di loro la responsabilità di un problema che non hanno creato, e lo fa con un linguaggio gentile.

Non è un argomento contro la pratica. È un argomento contro l'uso della pratica come sostituto di un cambiamento necessario, ed è un criterio utile anche su scala personale: se stai imparando a tollerare una situazione che andrebbe affrontata, la mindfulness sta lavorando per la parte sbagliata.

Come si riconosce un corso serio

Segue il protocollo delle otto settimane, con la giornata di pratica e il lavoro quotidiano a casa: un corso di quattro incontri da un'ora non è MBSR, e chiamarlo così è scorretto.

Chi lo conduce ha una formazione dichiarata presso un centro riconosciuto e una propria pratica personale continuativa — è il campo in cui questa seconda cosa conta di più, perché non si accompagna dove non si è stati.

C'è un colloquio prima di iscriversi, in cui ti viene chiesto come stai e se stai attraversando un periodo particolare. Ti viene detto cosa il corso non è: non una terapia, non un sostituto di un percorso clinico, e con l'avvertenza che possono emergere cose difficili. E il gruppo ha dimensioni gestibili, con qualcuno che sa cosa fare se una persona sta male.

In Italia un percorso MBSR completo costa in genere fra i 300 e i 600 euro. Valgono anche i criteri generali.

Domande frequenti

Che differenza c'è fra mindfulness e meditazione? La mindfulness è un tipo di meditazione, resa laica e strutturata in protocolli. La meditazione è la famiglia grande, che comprende anche concentrazione, mantra, amorevolezza e pratiche devozionali. La risposta estesa sta in mindfulness e meditazione: che differenza c'è.

Serve fare un corso o basta un'app? Le app funzionano per cominciare e per mantenere l'abitudine. Il protocollo di otto settimane in gruppo è un'altra cosa: c'è il confronto, c'è qualcuno che risponde alle domande, e c'è l'impegno che deriva dall'esserci.

Quanto tempo al giorno serve? Il protocollo chiede circa quaranta minuti. Fuori dal protocollo, dieci minuti al giorno costanti valgono più di un'ora ogni tanto.

È una pratica religiosa? No. Discende da una tradizione buddhista ma è stata deliberatamente resa laica per poter entrare in contesti sanitari e scolastici.

Funziona per l'ansia? Gli effetti su stress percepito e sintomi d'ansia sono fra i più replicati. Per un disturbo d'ansia diagnosticato affianca un percorso clinico, non lo sostituisce.

Posso farla se sono in terapia? Spesso sì, e a volte è il terapeuta stesso a proporla. Parlane prima con chi ti segue.

Cos'è la McMindfulness? La critica secondo cui la pratica, separata dalla sua cornice etica, può diventare uno strumento per far tollerare condizioni che andrebbero cambiate.

Da dove comincio oggi? Dallo spazio di respiro dei tre minuti, due volte al giorno per una settimana. Se ti resta addosso, il passo successivo è un percorso di otto settimane.