Magazine › Meditazione & Mindfulness

Meditazione per chi inizia: la guida semplice

Quasi tutti quelli che provano a meditare e smettono si fermano sulla stessa frase: «non ci riesco, penso troppo». Quella frase descrive una meditazione riuscita.

L'esercizio non è tenere la mente vuota. Non ci riesce nessuno, e chi dice il contrario ricorda male. L'esercizio è accorgersi che la mente se n'è andata e riportarla indietro. Quello, ripetuto. Una sessione in cui succede cinquanta volte è una sessione da cinquanta ripetizioni.

Qui sotto trovi la pratica passo per passo, come si sta seduti, i modi in cui si molla e come tenere viva l'abitudine fuori dalla sessione. Poi le famiglie di meditazione, cosa è dimostrato, cosa fare se la pratica smuove qualcosa e come si va avanti.

La pratica, passo per passo

Cinque minuti, non trenta. Chi comincia da mezz'ora al terzo giorno non si siede più.

Prepara. Siediti su una sedia normale, con i piedi a terra e la schiena appoggiata se ti serve. Metti un timer a cinque minuti e appoggialo lontano dalla mano, altrimenti lo guarderai.

Trova il punto. Chiudi gli occhi e cerca dove senti il respiro con più chiarezza. Per alcuni è l'aria fresca alle narici, per altri il petto che si allarga, per altri la pancia che si muove. Non importa quale: importa che sia uno solo. Appoggia lì l'attenzione, come si appoggia una mano.

Lascia respirare. Non modificarlo, non allungarlo, non contarlo. Il respiro va avanti da solo da tutta la vita: qui lo guardi soltanto.

Aspettati di perderti, presto. Dopo pochi secondi sarai altrove. È il funzionamento normale di una mente, non un difetto tuo.

Torna. Quando te ne accorgi, nota mentalmente «pensiero», una parola sola, e riporta l'attenzione al punto. Senza rimproverarti: il rimprovero è un altro pensiero, e ti porta via una seconda volta.

Chiudi bene. Al timer, resta fermo dieci secondi prima di alzarti e nota com'è il corpo rispetto a cinque minuti fa. Quasi tutti saltano questo passaggio. È quello che fa attaccare l'abitudine, perché lì registri di aver ottenuto qualcosa.

Fai così tutti i giorni per due settimane, agganciato a un gesto che già compi: dopo il caffè, prima della doccia. Non serve altro, e non serve niente di più lungo.

Come si sta seduti

Sembra un dettaglio finché la schiena non comincia a farsi sentire.

La sedia è la soluzione più pratica e la più sottovalutata. Piedi a terra, mani sulle cosce, schiena appoggiata se serve. Va bene per chiunque e non ha controindicazioni. L'unico difetto è che sembra troppo ordinaria per essere giusta.

Il cuscino, seduti a terra, chiede una cosa sola: il bacino più in alto delle ginocchia. È questo che permette alla schiena di stare dritta senza sforzo, non l'incrocio delle gambe. Vanno bene un cuscino da meditazione, due cuscini del divano o una coperta piegata in quattro. Il difetto: senza abitudine, dopo dieci minuti le gambe si addormentano e osservi solo la scomodità.

Sdraiato è legittimo, soprattutto con dolori alla schiena, e ha un difetto ovvio: ci si addormenta. Se ti succede sempre e non ti dispiace, quello che cerchi somiglia più allo yoga nidra, che si pratica da sdraiati e non considera il sonno un errore.

In tutti e tre i casi la posizione deve reggere per il tempo che hai deciso. Se la correggi di continuo, stai meditando sulla posizione.

I tre modi in cui si molla

Con la pratica e la posizione chiare, l'ostacolo che resta è continuare. Riconoscerli in anticipo è metà del lavoro.

Il primo è aspettarsi il rilassamento. A volte arriva, a volte no. Meditare è osservare; il rilassamento è un effetto collaterale frequente, non l'obiettivo. Cercarlo trasforma ogni sessione in un esame.

Il secondo è dare i voti alle sessioni. Non esistono sessioni andate male. Esistono sessioni in cui la mente era agitata e tu sei rimasto lì comunque, e sono le più utili.

Il terzo è la terza settimana, quando l'entusiasmo è finito e l'abitudine non si è ancora formata. Sapere che quel momento arriva è quasi tutta la soluzione. Quando arriva, riduci a tre minuti, ma non saltare.

Meditare senza sedersi

Tiene in vita l'abitudine nelle settimane in cui la pratica seduta salta. In molte tradizioni è considerata il vero obiettivo: portare la stessa attenzione dentro le cose che fai già.

Lavare i piatti. Acqua, temperatura, peso del piatto, rumore. Quando la mente parte, torni alle mani.

Camminare. Cento metri senza telefono, sentendo il piede che appoggia. Anche solo dal parcheggio all'ufficio.

Tre respiri. Prima di aprire una porta, prima di rispondere a un messaggio che ti ha irritato, prima di mangiare. Tre respiri interi, contati.

Aspettare. Alla cassa, al semaforo, in coda. Quando l'istinto è tirare fuori il telefono, è il momento di praticare.

Non sostituiscono la pratica seduta, che resta il posto dove si costruisce il muscolo. Si incastrano bene con le altre pratiche brevi del kit dei quindici minuti.

Le famiglie

Fin qui abbiamo descritto una pratica sola. «Meditazione» è un cognome, non un nome. Sotto ci stanno pratiche che fanno cose diverse. Sapere quale hai davanti evita di concludere che una cosa non fa per te quando ne hai provata un'altra.

La concentrazione tiene l'attenzione su un oggetto solo (il respiro, un suono, una fiamma) e ci torna ogni volta. È la porta d'ingresso di quasi tutte le tradizioni. È la pratica descritta qui sopra.

La visione profonda, la vipassana, non resta su un oggetto. Osserva quello che passa, sensazioni, pensieri, impulsi, uno dopo l'altro, senza seguirlo. Nella forma tradizionale si pratica in ritiri di dieci giorni in silenzio.

La mindfulness è la versione laica e strutturata della vipassana, codificata alla fine degli anni Settanta in ambito ospedaliero. È la forma più studiata di tutte e ne parliamo per esteso qui.

L'amorevolezza, o metta, ripete mentalmente frasi di augurio rivolte prima a sé, poi a una persona cara, poi a una neutra, poi a una difficile. Suona sentimentale, ma è la pratica con gli effetti più misurabili su umore e reattività.

La meditazione trascendentale ripete internamente un mantra ricevuto da un insegnante, venti minuti due volte al giorno, dentro un percorso a pagamento con una struttura organizzativa propria.

Le meditazioni guidate accompagnano con una voce dentro un'immagine o un percorso interiore. Sono utilissime per cominciare, e fanno una cosa diversa dalla pratica silenziosa.

Le pratiche in movimento, come la camminata meditativa e in senso lato il lavoro sul respiro dello yoga, sono spesso la porta per chi l'immobilità non la sopporta.

Nessuna è migliore delle altre. Conta quale riesci a fare tutti i giorni.

Cosa è dimostrato e cosa no

È la pratica con la letteratura scientifica più ampia di questo mondo. Proprio per questo conviene distinguere, invece di prendere il pacchetto intero.

Le prove più solide riguardano la riduzione dello stress percepito e dei sintomi d'ansia, il miglioramento della qualità del sonno e una maggiore capacità di regolare le emozioni. I programmi strutturati di otto settimane sono fra gli interventi non farmacologici più studiati degli ultimi decenni. Esiste anche una letteratura sull'uso della mindfulness nella prevenzione delle ricadute depressive, entrata in alcune linee guida cliniche come intervento di accompagnamento.

Più incerti sono gli effetti su pressione arteriosa, dolore cronico e prestazioni cognitive: esistono, ma sono modesti e variabili.

C'è poi un limite che riguarda tutto il campo. Molti studi confrontano la meditazione con il non fare nulla, invece che con un'altra attività di pari impegno. Quando il confronto è con un programma attivo, le differenze si riducono. Questo non toglie valore alla pratica: significa che una parte dell'effetto è lo stare fermi mezz'ora con attenzione, e quasi nessuno lo fa.

Quando la pratica smuove qualcosa

La meditazione ha effetti indesiderati documentati. Un gruppo di ricerca guidato da Willoughby Britton se ne occupa da anni. Uno studio su un campione di popolazione, pubblicato su Psychotherapy Research nel 2022, ha trovato che una quota non trascurabile di chi pratica riporta almeno un episodio di questo tipo: ansia che cresce invece di calare, senso di distacco da sé o dalla realtà, riemersione di ricordi o emozioni dolorose, sonno peggiorato, a volte un senso di vuoto.

Tre cose da tenere insieme. Sono quasi sempre transitori, e nella maggior parte delle persone passano da soli. Sono più probabili con pratiche lunghe e intensive, nei ritiri in silenzio, e in chi ha una storia di trauma o di dissociazione: per questo un ritiro di dieci giorni non è il posto da cui cominciare. E saperlo cambia come li si attraversa: chi li incontra senza averne mai sentito parlare tende a pensare di essere rotto, e smette in silenzio.

Se succede, le cose da fare sono concrete: accorcia la sessione, apri gli occhi, passa a una pratica in movimento o a una guidata, e parlane con qualcuno. Se attraversi un periodo difficile o hai una storia di trauma, comincia accompagnato da chi ha una formazione specifica su quel terreno. È uno dei casi in cui scegliere bene chi ti guida conta più della tecnica.

Vale poi la regola generale: la meditazione affianca un percorso di cura, non lo sostituisce.

Come si va avanti

Le prime tre settimane, cinque minuti. L'unico obiettivo è esserci tutti i giorni. Com'è andata non conta.

Dalla quarta all'ottava, dieci minuti. Qui molti cominciano a notare qualcosa fuori dalla sessione: una reazione che non è partita, un sonno più semplice.

Dopo il secondo mese, venti minuti o due sessioni. È la soglia in cui molte tradizioni collocano il punto in cui la pratica cambia qualità.

Un insegnante ha senso quando vuoi approfondire una famiglia specifica, quando la pratica smuove qualcosa, o quando sei fermo da mesi senza capire perché.

Un ritiro porta in profondità in pochi giorni quello che a casa chiede mesi. Non è il punto di partenza: è un acceleratore per chi ha già un'abitudine. Se lo stai valutando, chi conduce pesa più del luogo. I criteri stanno in come capire se un operatore è serio e le domande da fare qui.

Se stare seduti resta l'ostacolo vero, lo yoga nidra si pratica da sdraiati e ammette perfino di addormentarsi. Se invece stai valutando una pratica sul tappetino, le differenze fra i tipi di yoga spiegano cosa cambia da una lezione all'altra.

Se il momento difficile è la sera, abbiamo scritto una pratica di dieci minuti per dormire, con le tracce da ascoltare.

Domande frequenti

Quanto tempo serve per vedere i benefici? Con cinque o dieci minuti al giorno, molti notano qualcosa su sonno, reattività e lucidità entro tre o quattro settimane. Il cambiamento è graduale: si vede meglio guardando indietro di due mesi che di due giorni.

Meglio la mattina o la sera? Quando riesci a farla davvero. La mattina ha un vantaggio pratico: la giornata non ha ancora avuto il tempo di travolgerti. Se vuoi tenerle tutte e due, abbiamo scritto due pratiche da dieci minuti, una per il mattino e una per la sera, perché non fanno lo stesso lavoro.

Ho bisogno di un insegnante? Per iniziare no: i cinque minuti descritti qui bastano. Diventa prezioso quando vuoi approfondire, quando la pratica smuove qualcosa, o quando sei fermo senza capire perché.

Che differenza c'è fra meditazione e mindfulness? La mindfulness è un tipo di meditazione, resa laica e strutturata in protocolli. La meditazione è la famiglia grande: dentro ci sono anche concentrazione, amorevolezza, mantra e pratiche devozionali. La risposta estesa sta in mindfulness e meditazione: che differenza c'è.

Da quale famiglia conviene cominciare? Dalla concentrazione sul respiro: è la più semplice da spiegare e la più difficile da sbagliare. Le altre hanno senso dopo, quando la pratica c'è.

È normale addormentarsi? Sì, soprattutto la sera e da sdraiati. Se succede sempre, prova seduto e a un'altra ora.

Meditare può fare male? In una minoranza di casi la pratica intensiva porta ansia, distacco o riemersione di materiale doloroso, quasi sempre transitori. Con sessioni brevi il rischio è basso; con una storia di trauma conviene essere accompagnati.

Serve credere in qualcosa? No. Concentrazione e mindfulness sono laiche e non richiedono di aderire a nessuna tradizione, anche quando da una tradizione provengono.

Devo lavorare sui chakra mentre medito? No, sono due cose distinte. La mappa dei chakra può essere usata come guida dell'attenzione da chi la trova utile, ma non fa parte del protocollo di base.