I sette chakra: cosa sono e come si usano

Prima o poi qualcuno te lo dice: «hai il quarto chakra chiuso», oppure «lavoriamo sul primo, che è dove sei scarico». Annuisci, perché chiedere cosa significhi esattamente sembra ammettere di non capire una cosa che sembrano capire tutti.

Non la capiscono tutti. E la parte più interessante è che una porzione di quello che si racconta in Italia sui chakra ha meno di cent'anni.

Questa guida mette in fila tre cose: cosa dicono le tradizioni da cui il termine viene, cosa è stato aggiunto dopo e da chi, e come si usa questa mappa in modo sensato — perché come strumento funziona, a patto di sapere che strumento è.

Cosa significa la parola

Chakra in sanscrito vuol dire ruota, o disco.

Nelle tradizioni che la usano indica un punto di raccolta in un corpo che non è quello fisico: un corpo sottile, percorso da canali chiamati nadi in cui scorre il prana, il soffio vitale. I chakra sono i nodi dove quei canali si incrociano.

Fin qui è importante notare una cosa che poi si perde: si sta descrivendo una mappa di esperienza interiore, non un organo. Nessun testo antico sostiene che si possano trovare aprendo un corpo.

Da dove vengono

Il termine compare nei testi tantrici e hatha fra l'ottavo e il quindicesimo secolo, in una letteratura vasta e tutt'altro che uniforme.

Il numero cambia da scuola a scuola. Alcuni testi ne descrivono quattro, altri sei, altri nove, altri ancora arrivano a dodici. Il sistema a sette che conosciamo tutti è uno fra i tanti, non il canone.

I colori dell'arcobaleno sono un'aggiunta occidentale. È la scoperta che sorprende di più. Nei testi tradizionali i chakra sono associati a petali di loto, sillabe, divinità e colori che non seguono affatto la sequenza rosso-arancione-giallo-verde-azzurro-indaco-viola. Quella corrispondenza nasce nel Novecento, in Occidente, e si diffonde con la cultura New Age degli anni Settanta.

Il passaggio chiave è del 1919, quando John Woodroffe, che firmava Arthur Avalon, traduce e commenta i testi tantrici in The Serpent Power. È da lì che il sistema a sette entra nell'immaginario occidentale, e da lì che comincia a mescolarsi con la psicologia e con la teosofia.

Dire tutto questo non toglie valore alla mappa. Toglie la pretesa di antichità a una parte che antica non è, e chi insegna con serietà questa distinzione la conosce.

I sette, uno per uno

Nella versione diffusa oggi, dal basso verso l'alto.

1. Muladhara — la radice. Base della colonna, perineo. Il tema è la sicurezza di base: avere un posto, un corpo, di che vivere. Elemento terra.

2. Svadhisthana — il sacro. Sotto l'ombelico. Il tema è il piacere, la creatività, il desiderio, la capacità di lasciarsi attraversare da quello che sente il corpo. Elemento acqua.

3. Manipura — il plesso solare. Sopra l'ombelico. Il tema è la volontà e l'affermazione: decidere, dire di no, prendere posizione. Elemento fuoco.

4. Anahata — il cuore. Centro del petto. Il tema è la relazione: affetto, compassione, la capacità di lasciare entrare qualcuno. È il punto in cui la mappa si divide fra i tre centri bassi e i tre alti. Elemento aria.

5. Vishuddha — la gola. Il tema è l'espressione: dire quello che si pensa, e anche saper ascoltare. Elemento etere.

6. Ajna — il terzo occhio. Fra le sopracciglia. Il tema è la percezione e la chiarezza interiore.

7. Sahasrara — la corona. Sommità del capo. Il tema è il rapporto con qualcosa che eccede l'individuo. Nella tradizione non è propriamente un chakra come gli altri, ma il punto in cui la mappa si conclude.

Guardata di fila, la sequenza racconta una progressione riconoscibile: dalla sopravvivenza al piacere, dal piacere alla volontà, dalla volontà alla relazione, e da lì verso l'espressione e la conoscenza. È il motivo per cui questa mappa ha attraversato un secolo di culture diverse restando utilizzabile.

Cosa non sono

Qui conviene essere netti, perché è il punto in cui più persone vengono raggirate.

Non hanno un corrispettivo anatomico. Non sono ghiandole, non sono plessi nervosi, non sono organi. L'associazione con il sistema endocrino, che si legge spesso, è un'analogia costruita a posteriori in Occidente: suggestiva, e senza base nella fisiologia.

Non sono misurabili. Nessuno strumento rileva un chakra, e nessuno studio ne ha dimostrato l'esistenza fisica. Chi mostra una macchina che «legge i chakra» sta usando un dispositivo che misura altro — di solito la conduttanza della pelle — e lo presenta per quello che non è.

«Chakra bloccato» non è una diagnosi. È un modo di dire dentro un linguaggio simbolico. Usarlo per spiegare una malattia, o per suggerire che una terapia non serva, è la cosa che dovrebbe far chiudere la porta. Nessuna tradizione seria autorizza quel passaggio, e in Italia farlo senza titolo è anche un problema legale — è uno dei criteri con cui si riconosce chi lavora con serietà.

Non c'è una versione ufficiale. Il numero, i colori, i temi cambiano fra scuole. Chi presenta la propria come l'unica corretta sta dicendo qualcosa su di sé.

Allora a cosa servono

A una cosa precisa, e piuttosto potente: sono una mappa dell'attenzione.

Il corpo ha zone dove le emozioni si sentono in modo riconoscibile. La paura stringe la pancia, l'ansia chiude la gola, il dolore affettivo pesa sul petto. Non serve credere a un'anatomia sottile per accorgersene: succede.

I chakra danno un ordine a quelle zone e ci attaccano dei temi. Portare l'attenzione al centro del petto pensando alla relazione, o alla gola pensando a quello che non si è detto, produce un effetto — sull'attenzione, sul respiro, a volte sulle emozioni. Chiamare quella zona anahata aggiunge una tradizione e un vocabolario, e per molte persone rende l'esperienza più leggibile.

È lo stesso motivo per cui la mappa attraversa lo yoga, la meditazione, il lavoro sul respiro e le pratiche a mediazione corporea come il reiki: serve come indice, non come referto.

Una pratica da fare stasera

Il modo più semplice per capire di cosa si parla è provarlo. Dieci minuti.

Siediti comodo, schiena appoggiata se serve. Chiudi gli occhi. Tre respiri lenti, con l'espirazione più lunga dell'inspirazione.

Parti dal basso. Porta l'attenzione alla base della colonna, dove il corpo tocca la sedia. Restaci un minuto. Non cercare niente: nota solo cosa c'è — peso, calore, niente. «Niente» è una risposta valida.

Sali di una zona alla volta. Basso ventre, sopra l'ombelico, centro del petto, gola, fra le sopracciglia, sommità del capo. Un minuto ciascuno.

Nota dove ti fermi volentieri e dove hai fretta di passare oltre. È l'unica informazione che conta, e di solito è la stessa per settimane.

Chiudi con tre respiri e riapri gli occhi lentamente.

Fatta due o tre volte a settimana per un mese, questa pratica dice più di qualsiasi lettura. E si combina bene con una tecnica di respiro prima di cominciare.

Come si riconosce chi ne parla con serietà

Quattro cose, e valgono in una sala di yoga come in uno studio.

Distingue la tradizione dalla metafora. Chi sa da dove viene questa mappa sa anche dirti quale parte è antica e quale no.

Non diagnostica. Non spiega un sintomo con un chakra, non tocca il tema dei farmaci, e se il tuo racconto entra in territorio medico ti dice di andare da un medico.

Non vende sblocchi. Il pacchetto in cinque sedute che «riallinea i chakra» è un prodotto, non una pratica.

Ammette i limiti. «Questa è una mappa che uso per lavorare sull'attenzione» è una frase che si può dire con rispetto per la tradizione e senza pretese. Chi la dice, di solito, sa quello che fa.

Se lo incontri dentro una pratica di yoga, il quadro d'insieme in cui questa mappa sta lo trovi nella guida generale allo yoga.

Domande frequenti

I chakra esistono? Come struttura fisica, no: non sono organi e nessuno strumento li rileva. Come mappa di zone del corpo a cui associare temi ed emozioni sono uno strumento reale e utilizzabile, e la differenza fra le due cose è tutto.

Quanti sono davvero? Dipende dalla tradizione: i testi ne descrivono da quattro a dodici e oltre. Il sistema a sette è quello diffuso in Occidente, non l'unico.

Perché ognuno ha un colore? L'associazione con i colori dell'arcobaleno nasce in Occidente nel Novecento e non appartiene ai testi originali, che assegnano colori diversi e non in sequenza.

Cosa vuol dire avere un chakra bloccato? È un modo di dire dentro un linguaggio simbolico: indica un tema su cui si fa fatica. Non è una diagnosi, e chi lo usa per spiegare una malattia sta oltrepassando un confine.

Si possono riequilibrare? Le pratiche che lavorano su respiro, attenzione e corpo hanno effetti reali su come ti senti. Chiamarli riequilibrio dei chakra è una scelta di vocabolario. Diffida di chi promette un risultato misurabile in un numero fisso di sedute.

Servono cristalli o oggetti? No. La mappa funziona con l'attenzione. Gli oggetti sono un supporto rituale per chi li trova utili, e nessuno studio attribuisce loro un effetto proprio.

Da dove comincio se il tema mi interessa? Dalla pratica di dieci minuti descritta qui sopra, e da una pratica di meditazione regolare. Le due cose insieme rendono la mappa leggibile molto più della lettura di un libro.